Multinazionali alimentari

Ecommerce, multinazionali, GAS e consapevolezza

Avere dei punti di vista diversi sulla realtà è una ricchezza. Le opinioni nascono dall’osservazione dei fatti, dall’esperienza come parte coinvolta a vario titolo nei fatti stessi, e nascono anche da una visione delle cose che si pone alla base sia dell’osservazione sia dell’esperienza.

Visione delle cose, non pregiudizio.

E sul futuro del piccolo commercio nei centri urbani sto leggendo in questi giorni tanti punti di vista diversi.

Oggi uno per tutti.

Secondo Giovanni Cappellotto (consulente ecommerce, project manager, web marketer), “Il futuro del commercio nei centri storici è online“.

Non sembra avere dubbi:

E’ sicuro che alcuni tipi di impresa sono destinati a sparire e pensare di salvarli appartiene ad una patologia, non alla realtà dell’economia. E’ una battaglia di retroguardia che combattono i piccoli commercianti dei centri storici che sono già con un piede nella fossa. A questa visione perdente si deve contrapporre una visione più ottimista in cui appaiono nuove modalità di vendita“.

Per Cappellotto, il “negoziante locale” potrebbe essere “il tramite attivo che miscela vendita tradizionale e vendita a distanza. “Se non è in negozio, puoi ordinarlo e ritirarlo o riceverlo a casa”. Potrebbe essere sia un venditore puro, che avere un ruolo di ricognizione sul web per un consumatore sempre di fretta, come essere il terminale di una catena di distribuzione, con una remunerazione concessa per guadagnare tempo prezioso“.

Tuttavia, ammette che “La situazione non è statica, siamo lontani da avere stabilità nella distribuzione. I vincitori di oggi possono essere i perdenti di domani e viceversa“.

Appunto. Del doman non v’è certezza, per dirla col Magnifico Lorenzo…

Per il presente, invece, a parlare sono ancora i numeri. In questo caso, quelli relativi alle multinazionali, “una manciata di grandi aziende (che) controllano la maggior parte delle marche disponibili ai consumatori“.

Dai prodotti alimentari alle banche, dai media alle Compagnie aeree, dalla birra al mondo dell’automobile, e ancora il tabacco, l’elettricità, le società farmaceutiche…

A questo punto, dico la mia.

Lo stato dell’arte l’abbiamo visto: negozi che sempre più stanno cadendo come foglie in autunno e continua formazione di oligopoli in tutti i settori che eliminano la concorrenza.

E rifletto…

Tutto questo porta anche a una omologazione dei gusti. Prendiamo il cibo. Troviamo gli stessi prodotti ovunque, ed ovunque con lo stesso identico gusto.

Io ricordo che il latte in inverno aveva un gusto diverso che in estate, perché le mucche vivevano e si nutrivano in posti diversi a secondo delle stagioni. E quindi il loro latte cambiava gusto.

Così anche i formaggi. Il pecorino sardo cambiava di gusto a seconda dell’ovile e del pastore, ognuno aveva la sua specialità.

Ma, si c’è un ma…

Nel periodo che ho vissuto a Bruxelles, ho avuto l’occasione di conoscere molte persone dell’alta borghesia. Queste persone sono sempre alla ricerca del prodotto particolare, e trovano le loro prelibatezze fregandosene completamente dei decreti legge per i controlli dei prodotti alimentari; comprano dai contadini il meglio per le loro tavole e per i regali ai loro amici intimi, mantenendo il segreto il nome del produttore.

Certo che poi ci sono i GAS (gruppi d’acquisto solidale),  un’esperienza tipicamente italiana (il primo Gas si è costituito a Fidenza (PR) nel 1994), formati da cittadini che si incontrano e si organizzano per acquistare insieme prodotti alimentari o di uso comune, direttamente dai produttori piccoli e locali, rispettosi dell’ambiente e delle persone.
Un sistema che mette in relazione diretta produttori e consumatori, senza passare dai canali di distribuzione come sono appunto anche i negozi dei centri urbani.

Non posso tacere della differenza fra i ceti sociali; i benestanti possono permettersi senza pensarci due volte un certo tipo di vita, compresa la scelta di prodotti alimentari sani. Coloro che si trovano ad un gradino più in basso,  persone di bassa estrazione culturale e collocazione sociale, sono più propensi a convincersi che essendo tutto così controllato, con tutte le leggi europee per l’igiene e per tutto quello che serve a mantenere gli alimenti in uno stato ottimale, potranno fidarsi di quello che acquistano a prezzi più bassi.

E intanto continuiamo a scoprire prodotti contraffatti, dannosi, avvelenati, portatori di infezioni, e via adulterando.

La presa di coscienza e la crescita di consapevolezza sono gli elementi chiave.  Per un rapporto etico e profittevole reciprocamente, fra negozianti e consumatori, questi ultimi sono chiamati a porsi domande, a consultare informazioni ed articoli sull’alimentazione, a prestare molta attenzione alle etichette e – soprattutto – a non considerare accettabile qualsiasi alimento, solo perché il gusto sembra loro gradevole.

La morale è questa.

Quando la merce sarà uguale ovunque nel mondo, aumenterà la voglia di ricercare l’introvabile che diventerà di nicchia e si ricomincerà una nuova strategia di vendita… O vogliamo invece fermarci un po’ prima?

Clara


Immagine in evidenza via ilcorsaro.info

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