I dipendenti non sono obbligati ad essere telepatici

Oggi ti racconto un’altra storia della mia bella famiglia.

All’epoca dello stabilimento balneare, che abbiamo tenuto per quindici anni, mio zio e mia madre erano sovente – per non dire sempre… – malcontenti del nuovo personale assunto.

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Come saprai, per la stagione estiva – a seconda delle previsioni e della crescita di clientela, cosa che per noi era ormai costante – ogni anno si aumentava il numero di dipendenti da occupare in diverse mansioni: bagnini, barman, aiuto in cucina, servizio ai tavoli, pulizia spiaggia, cabine, e anche per tutto lo stabilimento. Due dipendenti erano fissi: i bagnini, che venivano aiutati da uno o due giovani.

Anche al bar, al ristorante e in cucina c’era bisogno di altre due figure.

Fra questi nuovi ragazzi e ragazze era possibile che qualcuno che non avesse mai fatto esperienza lavorativa, e quindi fosse del tutto inesperto. Altri invece erano già preparati, ma non come la mia famiglia avrebbe voluto, e quindi gli inizi erano sempre un po’ problematici da ambo le parti.

A questa situazione difficile e molto delicata dove proprietario e dipendente devono iniziare a collaborare e trovare un punto di interazione per creare una cooperazione ed un rapporto di fiducia che durerà per tutta la stagione estiva, si aggiungeva il nervosismo di mio zio e mia madre che già nella loro testa vedevano i nuovi assunti come nemici da controllare.

Dai primi giorni di collaborazione mio zio prendeva a guardare il suo aiutante con occhio severo e critico, si vedeva chiaramente che stava col grugno e che lo guardava con ostilità, mentre mia mamma se la prendeva con l’aiutante in cucina, lamentandosi come faceva anche lo zio sull’incompetenza del personale.

Le sue parole da copione già noto erano:

“non fa cosa deve, non vede il lavoro da sbrigare, non è veloce abbastanza e non si impegna a migliorare, è troppo giovane, io non lo avrei assunto…” e via criticando e lamentandosi…

Gli stessi collaboratori, quando mi vedevano da sola si confidavano con me e mi chiedevano se potevano collaborare con mio padre o me piuttosto che con Silvano o mia mamma.

Logicamente ciò era impossibile perché ognuno di noi aveva il proprio ruolo e i propri compiti.

Osservando a fondo il comportamento di mamma e zio ho capito che loro non erano in grado di gestire il personale. Secondo loro il dipendente aveva l’obbligo di vedere e sapere cosa bisognava fare senza ricevere alcuna disposizione.

Insomma pretendevano che i lavoratori fossero esperti in telepatia, che leggessero nelle loro menti e che capissero da soli il da farsi.

Queste tensioni interne si riflettevano, a volte, anche all’esterno. Fortunatamente sia mio padre sia io avevamo un certo savoir faire e molto diplomaticamente mascheravamo certi screzi o tensioni che si formavano fra il personale.

Negli anni successivi, nel corso delle mie ricerche e facendo le interviste ai titolari di negozi e piccole aziende ho notato che il metodo zio&mamma è piuttosto comune.

Le persone che sono ormai esperte nel loro mestiere tendono più a controllare per criticare invece che a insegnare per poi lodare. Un po’ come i professori, che tendono sempre a vedere subito l’errore e a rimproverare, e non ad incoraggiare facendo notare le cose corrette.

Ad esempio, titolari di azienda e professori potrebbero dire:

“Guarda che qui hai fatto benissimo, ma qui c’è un errore. Cerca di migliorare la tua grammatica o la tua tecnica”.

Invece sono subito pronti a sgridarti e a punirti!

L’ingrediente “magico” per ottenere il meglio dai collaboratori

Eh si! Non è facile vedere il sistema alla rovescia… Incoraggiare le persone sia all’inizio della vita lavorativa sia a lavoro avviato fa sempre piacere e stimola nel lavoratore il desiderio e la voglia di sentirsi ancora lodato, quindi aumenta l’adrenalina per incrementare il suo operato.

Chi vuol trovare la verità si metta sulla strada del dubbio.

Il mondo non è proprio come ce lo hanno disegnato; potrebbe invece essere all’opposto.

Fai un test tu stesso, prova a ridimensionare o a capovolgere le convinzioni tue o dei tuoi amici o di qualcuno della tua famiglia e immagina di vedere un mondo capovolto.
Forse scoprirai un altro modo di capire le cose.

Basterebbe che quando ti parlano con convinzione di un qualche argomento, tu ti chiedessi:

“E se non fosse proprio così?”
“E se fosse al contrario?”

Ci sono verità relative e verità assolute, e ognuno di noi ha i propri standard, convenzioni, convinzioni o punti di vista.

E se ognuno di noi facesse un salto per andare oltre a quella che crede sia una verità assoluta, che mondo potremmo creare?

Buona riflessione,
Clara

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